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Storia del Cinema - Il Cinema Tedesco del Dopoguerra: Papas Kino

Il diabolico dottor Mabuse - Fritz Lang,1960[Manifesto] Peter Lorre L'uomo perduto - Peter Lorre,1951[Manifesto]
1945 - 1960
Nel 1945 gran parte dell'Europa era in rovina. Trentacinque milioni di persone, oltre la metà delle quali civili, erano morte, e milioni di sopravvissuti non avevano più una casa. Molte fabbriche erano state rase al suolo o danneggiate, altre risultavano ormai obsolete. Grandi città come Rotterdam, Colonia e Dresda erano ridotte a cataste di macerie. Tutte le nazioni europee sprofondavano nei debiti: la Gran Bretagna aveva perso un quarto della sua ricchezza prebellica, mentre l'economia della Danimarca era regredita ai livelli del 1930. Nel complesso, questo conflitto era stato il più devastante della Storia.
La guerra aveva drasticamente diminuito la circolazione di film americani nella maggior parte dei Paesi europei, aprendo spazi alle cinematografie e ai talenti locali. Dopo la guerra, però, le società americane si impegnarono a reintrodurre la loro produzione nel lucroso mercato europeo. Gli aiuti USA prepararono la strada al ritorno in Europa del cinema americano. La strategia di Hollywood mirava a rendere l'industria interna di ogni nazione abbastanza forte da sostenere la distribuzione e la proiezione di film americani su larga scala. Nel 1953 praticamente in ogni nazione i film statunitensi occupavano la metà degli schermi. L'Europa sarebbe rimasta per Hollywood la principale fonte estera di incassi.
A prima vista anche l'industria tedesca sembrava altrettanto in salute: la produzione crebbe dai 5 film del 1946 ai 103 del 1953, e negli anni Cinquanta si mantenne sempre al di sopra delle cento unità. L'affluenza nelle sale aumentò e vi fu un fiorire di coproduzioni; Hildegard Knef, Curdd Jurgens e altre star tedesche conquistarono ampia popolarità.
Tuttavia l'industria non riuscì a far crescere un cinema competitivo sul mercato nazionale. Poco dopo il 1945, le società cinematografiche americane avevano convinto il governo statunitense a cooperare per fare del mercato tedesco un avamposto di Hollywood. Fino a due terzi degli schermi tedeschi arrivarono in seguito a essere occupati da film americani.
Come in altri Paesi, il grosso della produzione inclinava al divertimento popolare, con molti adattamenti letterari e remake di classici. Il genere più popolare era l'Heimat film ("film della piccola patria"), incentrato su storie d'amore di provincia, che rappresentava il 20% del prodotto interno. Gran parte della produzione di qualità dell'epoca consisteva in film di guerra o film biografici.
Un certo cinema del dopoguerra descrisse con impegno il conflitto bellico e i suoi effetti. "Der Verlorene" (L'uomo perduto, di Peter Lorre, 1951) fa uso di flashback per presentare un dottore ossessionato dai delitti commessi durante la guerra. Il film, come molti dell'epoca, ricorre a macabri giochi di specchi e di ombre, ma Lorre arricchisce la sua performance con tocchi vagamente espressionistici. Inoltre i primi anni del dopoguerra videro sorgere il Trummerfilm ("film di rovine"), che affrontava il tema della problematica ricostruzione della Germania.
Solo alla fine degli anni Cinquanta qualche cineasta osò occuparsi delle perduranti tracce del nazismo. "Rosen fur den Staatsanwalt" (Rose per il procuratore generale, 1959) e "Storia di un disertore" (Kirmes, I960), entrambi di Wolfang Staudte, mostrano ex membri delle SS che prosperano nel miracolo economico tedesco. Più obliquo nel suo modo di affrontare il passato è il thriller di Fritz Lang "Il diabolico dottor Mabuse" (Die Tausend Augen des Dr. Mabuse, 1960), in cui un dottore criminale usa telecamere nascoste per spiare gli ospiti dell'Hotel Luxor: evocando la figura di Mabuse (considerato nel dopoguerra un'allusione a Hitler), suggerendo che molti personaggi condividono il suo voyeurismo, e stabilendo che il Luxor era stato costruito dai nazisti per fini di spionaggio, il "Dottor Mabuse" allude alla sopravvivenza nel presente dell'ideologia fascista.
Questa accusa avrebbe potuto essere rivolta anche all'industria cinematografica in generale. Anche se ad alcuni autori nazisti (come Leni Riefenstahl) fu proibito di lavorare, nel dopoguerra molti furono riabilitati.
Alcuni sostenitori del nazismo ottennero posti prestigiosi, e Veit Harlan diresse ben 8 film. Questa continuità con l'era fascista, e con la cultura cinematografica stupidamente compiacente che ne scaturì, sarebbe stata attaccata negli anni Sessanta da quei giovani registi che chiedevano la fine del "Papas Kino", del "Cinema di papà".
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