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Recensione: Tarda Primavera

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Tarda Primavera
titolo originale Banshun
nazione Giappone
anno 1949
regia Yasujiro Ozu
genere Drammatico
durata 108 min.
cast C. Ryu (Shukuchi Somiya) • S. Hara (Noriko) • Y. Tsukioka (cugina Aya) • H. Sugimura (zia Masa)
sceneggiatura Y. OzuK. Noda
musiche S. Ito
fotografia Y. Atsuta
montaggio Y. Hamamura
media voti redazione
Tarda Primavera Trama del film
Shukuchi, professore prossimo ai 60 anni, vedovo, vive con la figlia Noriko: la guerra è finita, ma la ragazza, ventisettenne, non ha alcuna intenzione di prendere marito. Shukuchi si rende conto che la propria comodità non può venire prima del futuro della figlia e, pur di convincerla, finge di volersi risposare anche lui. Superato lo shock iniziale, Noriko si sposa, e il padre resta solo.

Recensione “Tarda Primavera”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 8,5)
Tratto dal romanzo “Padre e figlia”, di Kazuro Hirotsu, Tarda primavera è il primo film importante di Ozu nel dopoguerra; abbandonate le tematiche delle sue opere giovanili, la vita studentesca ed il difficile ingresso nel mondo del lavoro, il regista si sofferma per la prima volta sul rapporto tra genitori e figli. Il messaggio, come al solito, vuole essere un insegnamento di vita, una norma universale: arriva un momento nel quale bisogna mettere da parte le proprie esigenze e pensare unicamente alla felicità dei figli, facendo in modo che inizino a vivere la propria vita. Il lungo discorso di Shukuchi alla figlia, preoccupata per il futuro del padre, è l’esplicitazione di questo messaggio: non si può rinunciare a qualcosa per la paura che non rappresenti la strada per la felicità, perché “la felicità è qualcosa che si deve costruire insieme”, non scatta automaticamente nel momento del matrimonio, ma bisogna iniziare a vivere per trovarla.
Quest’assenza di cripticità nella comunicazione del messaggio è aiutata dalla semplicità delle inquadrature: la cinepresa è sempre all’altezza del pavimento, immobile, e la staticità dell’immagine da una parte ne amplifica notevolmente la profondità, dall’altra lascia in primo piano sempre i personaggi, ed anche un movimento appena accennato viene caricato di significato. Negli esterni il regista torna invece alle carrellate tipiche dei suoi film giovanili ed a giocare con i piani visivi, vivacizzando così le scene di raccordo. Ma ciò che più lo distingue dalla produzione pre-bellica è l’attenzione sui primi piani: mentre Chishu Ryu ha sempre un’espressione divertita ed assente al tempo stesso, mai seriosa né preoccupata, ad eccezione della scena del discorso sopra menzionato, sul volto di Setsuko Hara è possibile cogliere interamente lo sviluppo della vicenda ed è lì, sul suo volto, che Ozu si diverte a giocare operando un montaggio ejzenšteniano. Nel lungo prologo, nel quale vediamo Noriko nella sua routine, sempre spontanea sia con la zia e la cugina che con il ricercatore col quale il padre lavora, non può non colpire il suo sorriso, sempre presente quando si muove, quando parla, perfino quando discute o si arrabbia; quando però il padre le parla della propria intenzione di risposarsi, questo sorriso scompare, l’offesa che prova non lascia più spazio all’espressione di cortesia che le era propria, ed ogni sentimento trova finalmente spazio sul suo volto, sempre più protagonista. I momenti di passaggio tra uno stato d’animo e l’altro sono magistralmente colti in due sequenze: nella prima troviamo padre e figlia a teatro, quando vedono nella stessa sala la presunta futura moglie di Shukuchi; dapprima il volto, sereno, di Noriko è alternato alla rappresentazione scenica, quindi, rabbuiato, all’immagine dell’altra donna e infine, prossimo alle lacrime, a quello del padre, preso dallo spettacolo, ignaro del turbamento della figlia. Nell’altra sequenza, la più famosa del film, al viso sorridente di Noriko segue l’inquadratura di un vaso; quando torna l’immagine di partenza, la ragazza è in lacrime: quest’alternanza colpisce al di là del significato di universalizzazione del dolore che, presumibilmente, vuole avere, risultando evocativa anche senza portare il messaggio per il quale è stata pensata.
Il finale è di un lirismo sconvolgente, che colpisce ancor più in quanto nulla, prima, lo aveva lasciato presagire; non poco contribuisce il contrasto tra la stanza buia nella quale si muove Shukuchi e quella illuminata in secondo piano, che fa da sfondo alla sua silhouette.
Doveroso un accenno all’inquadratura di un cartellone pubblicitario “bevete Coca-Cola”, per la strada: non si tratta di pubblicità occulta, ma vuole semplicemente dare il senso di come si sia trasformato il Giappone al termine della guerra.
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Utente di Base (0 Commenti, 0% gradimento) Marcolino93 Giovedì 16 Febbraio 2017 ore 10:48
voto al film:   8

Utente di Base (3 Commenti, 0% gradimento) JohannesBorgen Giovedì 9 Agosto 2012 ore 14:50
voto al film:   8,5

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