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Recensione: Viva la muerte

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Viva la muerte
titolo originale Viva la muerte
nazione Francia / Tunisia
anno 1971
regia Fernando Arrabal
genere Drammatico
durata 86 min.
cast M. Chaouch (Fandi) • N. Espert (madre) • I. Henriques (padre) • A. Ferjac (zia)
sceneggiatura F. Arrabal
musiche J. Bosseur
fotografia J. Ripert
montaggio L. Leibinger
media voti redazione
Viva la muerte Trama del film
Fando, dodicenne che vive con la madre e crede che il padre sia morto, dà sfogo alle proprie pulsioni con l’immaginazione: ogni episodio della sua vita ha la propria elaborazione mentale, sempre estremamente cruda e violenta. Un po’ alla volta, Fando si rende conto che il padre non è morto, ma è stato arrestato in quanto oppositore al franchismo, e a denunciarlo è stata la moglie...

Recensione “Viva la muerte”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 8,5)
Non più bambino, non ancora ragazzo: Fando è nell’età della presa di coscienza della realtà. E la realtà rivelata parla di una madre, fino a quel momento amore sviscerato, che ha denunciato il marito ai fascisti facendolo arrestare.
La storia è fortemente autobiografica, riversata dapprima in un libro, quindi su pellicola. Ma il mondo che Arrabal sceglie di rappresentare non è tanto quello corrotto del regime franchista, quanto quello interiore di Fando, attraverso la sua – la propria – immaginazione.
Dalle edipiche rielaborazioni in chiave erotica dei gesti materni, accompagnate dalla possibile morte del padre, man mano che matura la propria presa di coscienza Fando inizia prima ad associare l’immagine della sua ‘sola amica’ a quella della madre, suo ‘solo amore’, quindi a punire quest’ultima per il suo misfatto. Sogno e realtà si alternano, fino a sconfinare l’uno nell’altra quando Fando si ammala: l’interazione è corretta, si tratta pur sempre di un processo mentale.
Un discorso a parte meriterebbero i titoli di testa, permeati dell’angoscia, della ferocia, della blasfemia proprie del film che deve ancora iniziare, che scorrono come un gioco accompagnati da una cantilena infantile: 5 minuti, un capolavoro.
Il denso simbolismo in ogni immagine, tutto il surrealismo della rappresentazione sono fortemente evocativi: l’immagine del padre interrato fino alla testa è esplicitamente bunueliana, e si protrae un istante dopo con le mosche che camminano sul viso di Fando – il passaggio da una sequenza immaginata dal bambino ad una ‘reale’ ha come costante il riferimento metacinematografico.
Di diverso, rispetto alla tradizione (ormai conclusa da un pezzo) espressionista, vi è una sconvolgente crudezza, una violenza naturale, che invece non può che riferirsi al preciso contesto, al doppio rapporto di Arrabal da un lato con l’autorità della famiglia, dall’altro a quella fascista: immaginare una schiera di bambini che si scaglia contro i militari, contro i preti, contro tutti i simboli del potere, gli artefici della dittatura franchista, significa sottrarsi a queste autorità, significa comprendere e resistere.
In una sequenza sono concentrati tutti i significati del film: Fando taglia la testa al pupazzo che rappresenta il padre, e subito si guarda le mani, sporche di sangue. Arriva il nonno, riattacca la testa, leva il pupazzo di prigione e ci pianta sopra una bandiera rossa.
Rivoluzionario dapprima con l’immaginazione. L’immaginazione è un atto di violenza.
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Medaglia di Bronzo (51 Commenti, 80% gradimento) barney Medaglia di Bronzo Mercoledì 29 Ottobre 2014 ore 18:23
voto al film:   8,5

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