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Recensione: Quarto potere

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Quarto potere
titolo originale Citizen Kane
nazione U.S.A.
anno 1941
regia Orson Welles
genere Drammatico
durata 121 min.
cast O. Welles (Charles Foster Kane) • J. Cotten (Jonathan Leland) • D. Comingore (Susan Alexander Kane) • E. Sloane (Bernstein) • W. Alland (giornalista Jerry Thompson) • R. Warrick (Emily Norton Kane) • P. Stewart (maggiordomo Raymond)
sceneggiatura O. WellesH. MankiewiczJ. HousemanJ. Cotten
musiche B. HerrmannC. BarnetP. Guizar
fotografia G. Toland
montaggio M. RobsonR. Wise
media voti redazione
Quarto potere Trama del film
Muore Charles Foster Kane, magnate dell’editoria, il personaggio più discusso, ammirato e odiato d’America negli anni successivi alla Grande Depressione. Un giornalista si rivolge alle persone che meglio lo hanno conosciuto per trarne un ritratto: quel che risulta sono i molti aspetti d’una personalità complessa, vissuta nel successo e nell’enorme ricchezza e morta col rimpianto di qualcosa che non è riuscita a ottenere.

Recensione “Quarto potere”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 10)
No trespassing. La dichiarazione programmatica di Orson Welles, per usare un termine caro al suo personaggio, è ben in vista alle estremità del film: il divieto d’accesso alla collina di Kane rappresenta la strada sbarrata per la sua intimità, da vivo come da morto.
Non vi sono riuscite le sue due mogli, il suo tutore, il suo migliore amico e dipendente; non vi riuscirà il giornalista, che tuttavia raggiunge un risultato limite: collezionare tutti i pezzi del ‘rompicapo’ Kane e, con essi, la consapevolezza dell’impossibilità di metterli insieme. All’apice del suo successo veniva accusato allo stesso tempo di comunismo e nazismo, una confusione inevitabile nel giudizio di chi è accecato dalla grandiosità delle azioni di un uomo al punto di concludere che “dire quello che ha fatto è dire quello che era”.
Partendo da un servizio in televisione, Welles propone di Kane il punto di vista di tutte le persone che gli hanno vissuto intorno senza tirare le somme: l’operazione incompiuta del giornalista nel film è la stessa del regista e, automaticamente, dello spettatore. La ricerca come fine ultimo della ricerca.
Contrariamente all’analisi del cittadino Kane, quella del film è praticabile e si potrebbe sintetizzare con pochi aggettivi, rigorosamente superlativi: le riprese dal basso, la comparsa di Kane dopo più di 20’ dall’inizio, il procedimento a flashback nel quale alcune scene si ripetono inquadrate (sia in senso pratico che in senso lato) da due punti di vista diversi sono solo alcune delle cose degna di rilievo. Per tutte, valgano due scene: la prima, prodigio di tecnica, vede Kane in primo piano (ma si potrebbe quasi dire ‘non vede’, essendo spostato il fuoco) lavorare alla macchina da scrivere, mentre in campo medio-lungo compare Leland e gli si avvicina. L’altra è metafora del film stesso: entrambe le volte in cui Thompson va ad intervistare Susan la scena inizia con una carrellata dall’esterno del locale verso la finestra (chiusa), la oltrepassa e va a stringere sul tavolino dove siedono. Il raccordo tra le due carrellate si vede (volutamente), interno ed esterno, intimità ed apparenza rimangono due territori divisi; la finestra chiusa resta per la macchina da presa territorio inaccessibile, come lo è Charles Foster Kane. Lo spettatore può solo illudersi di mettere insieme i pezzi, ma la risposta, il cittadino Kane, non è Rosabella.
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