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Taviani - Il grande slam dei fratelli Taviani

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a cura del direttore Danilo Maestosi
Con la vittoria al Festival di Berlino i fratelli Taviani coronano il prestigioso traguardo di una sorta di grande Slam, che pochi altri autori di cinema possono vantare, aggiungendo il premio appena ottenuto in Germania alla palma d’oro e al gran prix della giuria di Cannes per “Padre Padrone” (1977) e “La notte di S. Lorenzo” (1982) e al Leone d’oro nel 1986 a Venezia come riconoscimento alla carriera. Poteva sembrare, quest’ultima, un onorificenza di fine percorso, da canto del cigno , e invece ecco a smentir tutti il successo a Berlino. Paolo Taviani ha oggi 81 anni, Vittorio Taviani deve compierne 83, ma si sono rimessi in gioco con un coraggio da esordienti girando un film con e sui detenuti romani di Regina Coeli impegnati nella rappresentazione del Giulio Cesare di Shakespeare. Il cinema che si specchia nel teatro e viceversa, che si misura con la società del proprio tempo e con le ambigue tragedie dell'umanità e del mondo. Con partecipazione e distacco. Secondo una ricetta epica di chiara impronta brechtiana, che è la loro vera cifra di autori. Sia quando si muovono su un copione originale, sia quando si appoggiano alle trame di grandi romanzieri, come il russo Tolstoi o il nostro Pirandello. Un cinema che distilla sogno, poesia, partecipazione, indignazione, solidarietà ma soprattutto impone riflessione. E per questo non sprofonda nel banale della cronaca, dei sentimenti addomesticati, nei trabocchetti dell'ideologia a senso unico, della commedia consolatoria. E riesce, nei loro lavori più ispirati, ad essere profetico. Indimenticabile la danza marziale da mamutones con cui “Sotto il segno dello scorpione” hanno scolpito la Babele di proclami e la cecità collettiva di alcune frange della ribellione sessantottina. La leggerezza, sigillata dalla sequenza capolavoro un gruppo di carbonari che calano giù dalla collina sulle note di una canzoncina popolare, con cui in “Allonsanfan” hanno introdotto il tema del tradimento e dell'ipocrisia come controcanto dell'epopea risorgimentale e dell'eroico sacrificio dei Trecento di Pisacane.
Temevamo di averli persi, da quando dopo il mezzo, ingiustificato flop de “La masseria delle Allodole”, sullo sterminio degli armeni, avevano imboccato, sia pure con prodotti di buona fattura, la strada sdrucciolevole degli sceneggiato tv. E invece eccoli di nuovo sulla cresta a parlarci di carcere e carcerati, senza mai scivolare nella palude della retorica. E a riproporre come modello la loro coerenza e il loro impegno civile. Ben tornati. Ce n'era bisogno.
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