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Recensione: Tempi Moderni

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Tempi Moderni
titolo originale Modern Times
nazione U.S.A.
anno 1936
regia Charlie Chaplin
genere Commedia
durata 85 min.
cast C. Chaplin (operaio) • P. Goddard (monella) • A. Garcia (direttore della fabbrica) • S. Sanford (Bill)
sceneggiatura C. Chaplin
musiche C. Chaplin
fotografia I. MorganR. Totheroh
montaggio C. Chaplin
media voti redazione
Tempi Moderni Trama del film
Un operaio, ha un esaurimento nervoso mentre è alle prese con i macchinari con cui lavora. Dimesso dal sanatorio, finisce per un malinteso in prigione, dalla quale esce però per aver contribuito a sventare un'evasione. Non riesce a trovare un lavoro, ma incontra una giovane orfanella con la quale si stabilisce in una catapecchia.
La ragazza trova lavoro in un cabaret dove riesce a far assumere anche Charlot, ma anche stavolta le cose non vanno per il verso giusto...

Recensione “Tempi Moderni”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 10)
L’umanità che marcia alla conquista della felicità: ci vogliono tanto coraggio e ottimismo a dichiararlo, come fa Chaplin nei titoli di testa. O forse, ci vuole sarcasmo.
Il gregge di operai che prende posto nelle fabbriche chiarisce da subito la negatività del pensiero chapliniano nei confronti della società di cui parla (il lavoro come essenza dell’uomo, per Hegel: è Chaplin, ben più di Marx, a negarlo), al punto di smettere i panni dell’operaio ritrovandosi nuovamente in quelli del vagabondo (mentre Bill veste quelli del ladro, un’altra soluzione ‘asociale’ imposta dalla stessa società). Il padre della monella non è “un disoccupato”, condizione sufficiente ad illustrarne la situazione personale, ma “uno dei tanti disoccupati”: è l’America nella quale vive ad essere messa sotto accusa.
L’iniziativa individuale, sempre riferendosi all’introduzione, non esiste, ma è frutto del caso: così l’operaio-vagabondo perde il lavoro e ne trova altri, entra ed esce di prigione, incontra la monella.
Ogni cosa è comicamente e allo stesso tempo tragicamente frutto del caso, di una sofisticatissima macchina impazzita. Al di fuori dell’ordine della fabbrica, dell’ospedale o della prigione è il caos: ma a ben vedere è soltanto un caos manifesto, che si contrappone ad un falso ordine sempre più debolmente, fino a fondersi l’uno nell’altro.
Dal punto di vista tecnico, l’introduzione del sonoro segna la fine di Charlot: il vagabondo si arrende ai tempi moderni, e dal film successivo, Il grande dittatore, trova una collocazione in una società con la quale, fino a questo momento, non è riuscito ad integrarsi. La sua voce, che sentiamo per la prima ed unica volta nel finale del film, è il testamento di un personaggio che scompare: imbranato ma geniale, infelice ma allegro.
In questo primo utilizzo del sonoro, voce e parole si dissociano, col risultato di dissacrare nel momento stesso in cui viene introdotto il nuovo mezzo cinematografico.
L’armonia tra l’azione e la musica, e tra questa ed i movimenti della macchina da presa, è comunque il primo e più grande segnale di reale ottimismo: Chaplin scherza, rappresenta una società alienante ma gioca con questa rappresentazione, fino a liberarsi in un finale (la loro camminata ripresa prima da davanti, poi da dietro, nella strada deserta) che spezza definitivamente il dualismo uomo-macchina. Alla fine, in questo mondo meccanico ed estraneo, si può comunque camminare senza una meta, armati del solo sorriso.
Anarchico.
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