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Recensione: Memento

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Memento
titolo originale Memento
nazione U.S.A.
anno 2000
regia
genere Thriller
durata 113 min.
cast (Leonard Shelby) • C. Moss (Natalie) • M. Boone Junior (Teddy) • H. Harris (Sig.Ra Jankis) • J. Fox (Catherine Shelby) • K. Campbell (Blonde)
sceneggiatura
musiche D. Julyan
fotografia
montaggio D. Dorn
media voti redazione
Memento Trama del film
"Memento" ci racconta di Leonard Shelby, che si sveglia ogni mattina nella stanza anonima dell'Icann Motel con la stessa domanda: dov'ero rimasto? Ad aiutarlo una serie di Polaroid "personalizzate" dal suo inchiostro, tatuaggi indelebili incisi sulla pelle, dossier e appunti scritti di suo pugno. Lenny non soffre di amnesia, ricorda perfettamente chi è il suo passato più lontano, ma dimentica di ricordare la sua "memoria" breve. Una cosa, però, è certa, sua moglie è stata violentata e uccisa da uno sconosciuto a cui lui vuole dare un volto, un nome e una "sepoltura". La ricerca di Lenny comincia dalla fine, dalla polaroid che "congela" la morte di Teddy. Ma come si è giunti fino a lì? Lo spettatore e Lenny avranno due ore per scoprire l'origine, l'incipit...

Recensione “Memento”

a cura di Giordano Rampazzi  (voto: 8,5)
Sono sufficienti le prime tre scene per comprendere cosa si ha di fronte quando si inizia a guardare “Memento”.
La prima, quella dei titoli di testa, è letteralmente girata al contrario. Sullo sfondo si assiste a una progressiva “scomparsa” dell’istantanea di un cadavere e lo spettatore, attratto e confuso, viene preparato a una narrazione non lineare.
La seconda, dall’alto e in bianco e nero, ci suggerisce uno sguardo oggettivo sugli accadimenti e i monologhi fuori campo del protagonista Leonard creano un effetto estraniante, quasi documentaristico. Anche le musiche, incredibilmente distaccate e opprimenti, contribuiscono subliminalmente a insinuare l’idea che questo ‘spazio’ fornirà indizi per trovare risposte a un intreccio narrativo presumibilmente complicato.
La terza, a colori, mostra visioni (e riprese) principalmente soggettive e introduce il discorso-chiave sul disturbo alla memoria da cui è affetto il personaggio principale, una rara malattia che impedisce al cervello di immagazzinare la memoria a breve termine. Il cromatismo delle immagini e delle ambientazioni, reali e al contempo intrinsecamente limitanti, ci scaraventano abilmente in luoghi scarni e anonimi, senza alcun tipo di riferimento. Si intuisce che Leonard è segregato in un mondo e lo spettatore – disorientato da musiche e atmosfere ossessive – non può che condividera la sua circospezione.
Da qui in avanti il meccanismo strutturale di “Memento” si manifesta in tutta la singolarità: due blocchi narrativi alternati; uno in bianco e nero che fa procedere il racconto; un altro a colori che porta lo spettatore indietro nel tempo, percorrendo a ritroso la narrazione. Ogni scena a colori termina infatti all’inizio della scena a colori successiva, che la precede però da un punto di vista temporale. In questo modo, al pubblico il geniale regista Christopher Nolan nasconde ingegnosamente ciò che il protagonista non ricorda, creando le basi per una profonda immedesimazione. Flashback e flashforward scandiscono il ritmo del film e scardinano le piccole certezze acquisite lungo il percorso, evocando prepotentemente l’importanza della memoria e la conseguente capacità di poter elaborare informazioni.
Alla base di tutto, è bene ricordarlo, c’è una trama che, oltre a essere intricata, è ben strutturata e ha origini nell’assassinio della moglie di Leonard. L’unico sentimento che può resistere all’appiattimento emozionale provocato dalla malattia sembra essere la vendetta. L’ambiguità dei personaggi che entrano in scena, però, inducono Leonard a tatuarsi il corpo e a servirsi di polaroid per potersi meglio orientare. Ma, tanto per citare il film, “Le azioni hanno ancora un significato se si dimentica?”. La risposta non è poi così scontata, anche perchè c’è molto altro materiale da introdurre nell’analisi, come per esempio il reciproco influenzarsi della perdita di memoria e della capacità di giudizio – senza coscienza non c’è rimorso – oppure la spaventevole fallibilità umana e l’influenza delle droghe sul cervello. Ma “Memento” è anche una sorta di metafora dell’identità individuale e dell’uomo che si avvicina alla sua fine, alla morte cerebrale (non è un caso che il racconto di Jonathan Nolan da cui è tratto si intitoli 'Memento mori', letteralmente 'ricordati che devi morire'). Lo fa con tanta originalità, rispetto e inquietudine che merita più di una visione. Anche se, a meno che non siate Leonard, una volta visto sarà difficile dimenticarlo.
Premio della Critica e Premio speciale della Giuria al “Festival di Deauville” del 2000. Premio 'Waldo Salt Screenwriting Award' per la sceneggiatura al “Sundance Film Festival” del 2001.
Commenti del pubblico
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