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Recensione: Il dubbio

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Il dubbio
titolo originale Doubt
nazione U.S.A.
anno 2008
regia John Patrick Shanley
genere Drammatico
durata 104 min.
cast M. Streep (Suor Aloysius Beauvier) • P. Seymour Hoffman (Padre Brendan Flynn) • A. Adams (Suor James) • V. Davis (Mrs. Muller) • L. Brown (Jimmy Hurley) • J. Foster (Donald Muller) • B. Clark (Noreen Horan) • M. Roukis (William London) • P. Litt (Tommy Conroy) • M. Marvin (Raymond) • C. Preston (Madre Hurley) • L. Jordan (Alice) • M. Chiffer (Sarah)
sceneggiatura J. Shanley
musiche H. Shore
fotografia R. Deakins
montaggio
uscita nelle sale 30 Gennaio 2009
media voti redazione
Il dubbio Trama del film
Ambientato in una scuola cattolica del Bronx nel 1964, il film è incentrato sui sospetti di una suora nei confronti di un prete e sui suoi abusi verso uno studente nero.

Recensione “Il dubbio”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 8)
Quando al cinema arriva un prodotto atipico, è facile trovarsi di fronte ad un capolavoro o ad un film inutile ed irritante, mentre le mezze misure sono più rare. “Il dubbio” non è un capolavoro, ma si avvicina molto a questa categoria.
Gran parte del merito va a John Patrick Shanley, fino a ieri un semisconosciuto nell’ambiente cinematografico (vent’anni fa l’Oscar per la sceneggiatura di “Stregata dalla luna”, la sua unica regia è stata una delle tante commedie con Tom Hanks e Meg Ryan che tanto andavano di moda negli anni ’90; come attore si è visto soltanto nel recente debutto alla regia di Ethan Hawke, “L’amore giovane”, guarda caso nella parte di un prete). Shanley confeziona prima di tutto un’idea, e le dà la forma di un’opera teatrale: pochi personaggi si muovono sul palcoscenico, le loro certezze lasciano strada all’insinuarsi del dubbio, che ognuno combatte a suo modo. Dialoghi, ambienti chiusi: l’essenziale per un’opera teatrale. Ma Shanley non si ferma al successo di questa prima forma della sua idea, e proprio questo successo lo spinge ad un ulteriore passo: prende la sua opera e non la traspone, ma la trasforma in uno script con l’aggiunta di tutto ciò che a teatro non era rappresentabile visivamente. Quando Padre Flynn, durante il secondo dei tre sermoni che scandiscono il tempo del film, inventa l’immagine delle piume che riempiono l’aria, lo spettatore finalmente vede ciò che i personaggi semplicemente ascoltano ed immaginano: è il procedimento più basilare del cinema, ed è allo stesso tempo il più potente.
La storia rimane cucita addosso ai tre protagonisti, ognuno all’attacco degli altri o in difesa di se stesso a seconda del momento, in realtà in difesa delle proprie convinzioni e all’attacco di quelle altrui. L’idea è questa, lo svolgimento ci porta nel Bronx degli anni ’60, in un momento di forte progresso della società, solo in parte (e solo da alcuni) avvertito; si evolvono i costumi, meno le persone (basti pensare che ancora oggi ci sono preti pedofili e persone che mandano i propri figli a scuole cattoliche), ma queste persone avvertono l’aria nuova e perdono punti di riferimento.
Shanley, come detto alla prima prova seria dietro la macchina da presa, evita di strafare, ma il montaggio alternato dei primi minuti la dice lunga sulle sue potenzialità; si affida, come dargli torto, ad un cast che dir di primo livello sarebbe sminuirlo, forte dei due migliori attori del momento: Meryl Streep e Philip Seymour Hoffman. La Streep, vera protagonista del film, è impeccabile in una parte non nuova, ma che solo una grandissima interpretazione può rendere appieno; Seymour Hoffman è costretto a stare un passo indietro, cercando nella fisicità del suo personaggio lo spazio che la presenza della Streep gli restringe. Ottimo alter-ego della “cattiva” suora è Amy Adams, sostituita nella parte finale da Viola Davis: il risultato è una valanga di candidature all’Oscar – quattro per gli attori e una per la sceneggiatura – ed è una rarità per un personaggio come quello della Davis che entra in scena a venti minuti dalla fine del film e ne esce velocemente.
Il finale può sembrare strano perché non siamo più abituati da tempo a questo tipo di chiusure (richiama le commedie di molti decenni fa, non solo americane, da Howard Hawks a “La donna del ritratto” di Fritz Lang): in parte serve a non appesantire il tutto, in parte – maggiore – deriva direttamente dal testo teatrale, che non poteva permettersi un finale lungo e riflessivo.
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