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Recensione: Psycho (1960)

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Psycho
titolo originale Psycho
nazione U.S.A.
anno 1960
regia Alfred Hitchcock
genere Thriller
durata 109 min.
cast J. Leigh (Marion Crane) • (Norman Bates) • V. Miles (Lila Crane) • J. Gavin (Sam Loomis) • M. Balsam (Detective Milton Arbogast) • (George Lowery)
sceneggiatura J. Stefano
musiche B. Herrmann
fotografia J. Russell
montaggio
media voti redazione
Psycho Trama del film
Nella mente della giovane Marion Crane, stanca di dover vivere una storia d’amore in segreto, balena un giorno l’idea di fuggire via per raggiungere il suo fidanzato. La donna astutamente ruba 40.000 dollari dalla società in cui lavora da dieci anni e inizia il suo viaggio verso una sperata “isola felice”. Durante la fuga però, stanca di guidare, si ferma nel Motel Bates, gestito da Norman, uno strano giovane che vive lì solo con la madre anziana e tenuta chiusa all’interno di una casa proprio dietro il Motel. Marion, dopo una breve chiacchierata con il ragazzo, decide di andare in stanza. Un assassino con il volto coperto si introduce nella stanza da bagno dove la donna sta facendo la doccia e la pugnala violentemente fino ad ucciderla. Questo è ciò che accade ma non sempre quello che si crede di vedere corrisponde a realtà…

Recensione “Psycho”

a cura di Vera Usai  (voto: 8)
Una storia d’amore nascosta in una stanza d’albergo, un furto, una donna in fuga, il lugubre Motel di Norman Bates sulla statale deserta e nebbiosa e un uomo, una donna e un investigatore privato a cercare di scoprire la verità. Questo è Psycho, solo in apparenza. Se si legge in profondità si scopre che dietro la trama si nasconde tutto quel fascinoso quanto terrificante regno di simboli che Hitchcock cela negli oggetti, dietro le azioni dei personaggi, nel cambio repentino di tono dei dialoghi e in quello dell’angolazione di ripresa, per condurci nel vivo degli universi astratti che è in grado, inconsapevolmente, di generare la perversione della mente umana.
Il film procede lineare, segue nei dettagli la sceneggiatura che prende le mosse da un romanzo di Robert Bloch e Hitchcock sceglie Anthony Perkins e Janet Leigh per i ruoli di Norman e di Marion, la ragazza in fuga, perfetti ed atterriti entrambi. Lui sembra divertirsi a seguirli, tanto che, come ormai d’abitudine, entra in scena con loro, fingendosi un passante fuori l’ufficio di Marion, come se volesse spiarli ancora più da vicino. Ed è forse perché era così dentro i suoi film che il risultato non poteva che essere una pellicola fortemente suggestiva ed inquietante, che si affida a molteplici livelli di lettura. Uno tra tutti la costruzione di equilibri narrativi e visivi centrati su un “doppio”: la Marion ragazza semplice/quella in fuga con i soldi; il Norman timido e riservato/il Norman aggressivo (incorniciato dagli uccelli che lui stesso imbalsama per hobby, simboli di una volontà di conservazione che superi la morte); Norman/sua madre. Una struttura che rispetta questo doppio schema anche nelle inquadrature: durante il film, tranne in qualche caso, l’obiettivo tende a riprendere i personaggi da soli o in coppia; solo alla fine, quando si arriva alla risoluzione del giallo sulla scena compaiono numerosi personaggi contemporaneamente: la sorella e il fidanzato di Marion, il detective Arbogast, lo psichiatra che ha interrogato Norman e altri uomini, fino a concludersi con una sola ed unica inquadratura: Norman, diventato definitivamente sua madre, occhi fissi in macchina e sorriso beffardo. Due unità che hanno trovato in qualche modo un’unione, ma senza lieto fine.
Commenti del pubblico
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