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Recensione: Solaris (1971)

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Solaris
titolo originale Solaris
nazione Russia
anno 1971
regia
genere Fantascienza
durata 170 min.
cast N. Bondarciuk (Harey) • D. Banionis (Kris Kelvin) • J. Jarvet (Snaut)
sceneggiatura F. Gorenshtein
musiche E. Artemyev
fotografia
montaggio L. Feiginova
media voti redazione
Solaris Trama del film
Nella stazione spaziale in orbita intorno a Solaris, pianeta misterioso, accadono strani incidenti. Un celebre psicologo giunto in perlustrazione scopre che Solaris materializza tutte le immagini sepolte nella memoria degli astronauti. Individuato il "male", lo psicologo si trova a sua volta invischiato dall'entità aliena tanto da ritrovarsi (nella fantasia o nella realtà?) accanto alla moglie morta da anni, nella loro verdissima isba immersa nella campagna russa.

Recensione “Solaris”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 8)
"Il cinema, per me, non è una professione, è una morale. Che rispetto per rispettarmi."
(A.Tarkovskij)


Non modellini di astronavi ma complesse architetture dell'anima; non mondi interstellari ma viaggio metaforico verso l'inesplorata realtà interiore.
Tratto dall’omonimo romanzo di Stanislaw Lem, "Solaris" è il primo autentico passo verso quel processo di interiorizzazione dell'immagine che Tarkovskij porterà ben presto a compimento.
Scomparsa ogni "dimensione epica", la macchina da presa circoscrive l'orizzonte visivo su un cosmo la cui estensione è quella dell'animo umano, colto nel silenzio della propria dimensione ideale. Tarkovskij lascia straripare, all’interno di una messa in scena "distillata", i suoi inquietanti interrogativi sui fantasmi che si agitano nei meandri della psiche umana.
La luce evidenzia una quiete esterna al tempo, in una dimensione di "naturale" immobilità contemplativa; un territorio in opposizione a un kubrikiano rigore geometrico caratterizzato dal caotico affollamento di oggetti, o resti, frammenti di oggetti che, "segno" della presenza umana, ingombrano pareti, pavimenti, tavoli, scaffali.
La parola e l’immagine collocate in un territorio espressivo altissimo, enigmatico e profondo, nel quale la ricerca del senso della vita, il significato assoluto della morte, la religiosità e la sacralità dell’esistenza ma anche il mistero, il dubbio e la paura si mescolano creando un sistema di segni, un codice di comunicazione inconfondibile incentrato sulla forza destabilizzante della nostalgia e del passato.
Premio Speciale della giuria al festival di Cannes (1972).
Commenti del pubblico
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