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Recensione: Sonatine

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Sonatine
titolo originale Sonatine
nazione Giappone
anno 1993
regia Takeshi Kitano
genere Drammatico
durata 94 min.
cast T. Kitano (Aniki Murakawa) • A. Kokumai (Miyuki) • (Uechi) • (Ken) • (Katagiri)
sceneggiatura T. Kitano
musiche J. Hisaishi
fotografia
montaggio T. Kitano
media voti redazione
Sonatine Trama del film
Murakawa, braccio destro di un boss, cade in trappola: è inviato in missione con i suoi uomini per fare da bersaglio ai killer nemici. Al termine di uno stillicidio di morti, isolato su una spiaggia, innamorato di una fanciulla, va incontro alle estreme conseguenze. Uno yakuza alla ricerca della "sua" morte.

Recensione “Sonatine”

a cura di Andrea Olivieri  (voto: 9)
Prima dello splendore crudele fatto di fiori (hana) e di fuoco (bi) e dell'improvvisa deviazione "romantica" di Kikujiro, dunque, "Sonatine", un film scarno, essenziale, nel quale risaltano, forse con maggior evidenza perchè non ancora offuscati da una forma abbagliante per giustezza e radicalità di scelte, le caratteristiche principali della poetica di Kitano.
Che siano poliziotti ("Violent cop", appunto) o yakuza, i suoi personaggi sono violenti fino all'incredibile, ma rassegnati, delusi come le storie di cui sono protagonisti. Nel film è Murakawa, yakuza ad un passo dal ritiro, ad accettare una missione nell'isola di Okinawa dal suo capo per andare a fare da paciere tra due bande rivali che si contendono il territorio. Il viaggio si trasforma in una carneficina e, rimasto solo con pochi dei suoi uomini, Murakawa decide di rifugiarsi in una casa in riva al mare dove tenta di esorcizzare, più che la paura di essere ammazzato, una sorta di angoscia esistenziale, di inutilità dell'azione, contemplando la natura ed inventando giochi, in una regressione all'infanzia per cercare di sfuggire al trascorrere del tempo, bloccandolo, beffandolo, attraverso la messa in scena continua della propria morte.
Nei film di Kitano, come nella storia narrata, c'è la difficoltà temporale del racconto, proprio perché è difficile far sopravvivere l'illusione della vita in un mondo che conosce solo la morte. Stasi, dunque, e diversione dalla narrazione tipica del genere, per affrontare meglio, su un terreno diverso, in una sorta di fuori campo nel quale l'autore si confonde con il personaggio per il tramite dell'interprete, temi importanti come, appunto, quelli della vita, della morte, dell'amicizia, dell'amore, senza concedere loro spazio narrativo o, a dirla diversamente, senza possibilità di evoluzione drammatica, dunque senza futuro, speranza. Oppure senza profondità.
Kitano lavora l'immagine fino al punto di ridurla ad una serie di inquadrature rese ancor più fisse dalla presenza dei suoi personaggi sempre poco loquaci: anche quando i personaggi camminano, si spostano nello spazio, il loro movimento è bloccato, rallentato da una ripresa frontale ed un uso dello zoom che ne annullano quel residuo di energia che li spinge avanti per forza d'inerzia. Ed ancora fuori campo; perchè è qui che vengono relegati la maggior parte degli eventi che solitamente costituiscono i momenti clou del genere gangsteristico o poliziesco e dei quali a Kitano sembra interessare soltanto coglierne i riflessi, le conseguenze sui volti di coloro che vi assistono impassibili. L'invito agli spettatori sembra essere quindi sempre quello di riflettere sul vuoto pneumatico cui sono sottoposte le loro esistenze prive di senso.
Il gioco, poi, non è che il momento in cui si rivela completamente lo spiazzamento a cui il regista sottopone i suoi personaggi spesso impegnati in lunghe attese, spesso fuori luogo (fuori dal loro ruolo). Quel gusto, un pò masochista, di vedersi rappresentati proprio nel momento in cui si tenta, attraverso la messa in scena della propria stupidità, di esorcizzare la paura della morte, perchè, forse, indossando la maschera dell'idiota sarà più facile passare inosservati. Quelle performance demenziali, quelle gag irresistibili per ingenuità e bellezza, come tante ce ne sono nel cinema di Kitano, che contrastano con il significato profondo di disperata allegria, di riduzione dei personaggi a semplici oggetti del destino a cui vanno incontro all'interno della storia, e del vano tentativo di sfuggirle.
Insomma, questo Kitano ci ricorda Godard per l'uso originale e spregiudicato di un linguaggio cinematografico fatto di segni e citazioni che si rincorrono di film in film e che rivelano la consapevolezza dell'autore circa le proprie capacità, venato magari da un sottofondo patetico che riesce a mettere ancor meglio in evidenza il dolore di vivere, l'inutilità dell'azione. Oppure Antonioni, con la sua passione per la sospensione del tempo, per le improvvise deviazioni dalla linea del racconto, per l'uso geniale del fuori campo, ma anche Melville, per le atmosfere noir, le figure di eterni perdenti che popolano i suoi film, il cinismo e, al tempo stesso, la malinconia che le anima.
Vincitore del Festival di Taormina.
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