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Recensione: Il trono di sangue

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Il trono di sangue
titolo originale Kumonosu jo
nazione
anno 1957
regia Akira Kurosawa
genere Drammatico
durata 114 min.
cast T. Mifune (Washizu) • I. Yamada (Asaji) • M. Chiaki (Miki) • C. Naniwa (spirito) • H. Tachikawa (Kunimaru) • T. Sasaki (Kuniharu Tsuzuki) • A. Kubo (Yoshiteru)
sceneggiatura A. KurosawaH. OguniR. KikushimaA. Hashimoto
musiche M. Sato
fotografia A. Nakai
montaggio A. Kurosawa
media voti redazione
Il trono di sangue Trama del film
Di ritorno da una battaglia, Washizu e Miki s’imbattono in uno spirito che profetizza per il primo rapida gloria e la nomina a Signore, per il secondo poco nell’immediato, ma suo figlio succederà a Washizu. Convinto dalla moglie ad assecondare la profezia uccidendo nel sonno il suo Signore, e dopo anche Miki, Washizu si trova sotto assedio e con un nuovo vaticinio: verrà sconfitto solo quando gli alberi della foresta marceranno verso il castello e lo circonderanno...

Recensione “Il trono di sangue”

a cura di Glauco Almonte  (voto: 8,5)
What, will these hands ne’er be clean?

Il Giappone del XVI secolo è teatro della versione di Akira Kurosawa del Macbeth: due guerrieri ed una profezia che spinge il più ambizioso a macchiarsi dei delitti più atroci per placare la propria sete di potere. A parte qualche piccolo aggiustamento, quale lo spirito in vece delle tre streghe, “Il trono di sangue” è fedele nella sostanza alla tragedia di Shakespeare.
Kurosawa però non prova a misurarsi con la grandezza del testo shakespeariano: i suoi dialoghi non hanno nulla della poesia del “Macbeth”, limitandosi alla verosimiglianza con il contesto medievale. Rinunciando a giocare la partita su questo piano, si concentra sulle immagini, territorio prediletto nella sua cinematografia, e lo fa con uno stile unico: il ripetuto entrare e uscire delle sagome dei due guerrieri nella nebbia, sempre uguale, è più angosciante dell’atmosfera della foresta-labirinto. Kurosawa fa bene ad insistere sulla stessa sequenza, l’effetto è amplificato quanto più è ripetuto. Ripetizione che fa eco all’iniziale successione di messaggeri dai campi di battaglia: da subito si palesa il gioco di richiami nella struttura di scene diverse, ad unirsi secondo un ordine stilistico prima che di trama. Il richiamo per analogia diventa per contrasto quando Washizu assiste, sconcertato, alla rivolta dei propri Forti: nel suo moto angosciato di fronte all’arrivo dei messaggeri c’è tutta l’eccezionalità della sua figura, lontana anni luce – nel male – dall’autocontrollo del suo predecessore.
L’organicità dell’opera è resa, infine, nella perfetta simmetria delle inquadrature nelle scene di dialogo.
In questa struttura grandiosa, Kurosawa lascia ampio spazio al suo attore principe: l’espressione di Toshiro Mifune mentre cammina, appena nominato Signore del Castello come da profezia, è impagabile, ma è nella seconda parte che l’attore dà il meglio, comunicando paura, sbigottimento e, in ultima istanza, follia con lo stesso sguardo. La scena in cui Washizu uccide il sicario e poi indietreggia atterrito è emblematica dell’atteggiamento di Macbeth-Washizu, che ha più paura dei morti che dei vivi.
Asaji, la moglie di Washizu, è il personaggio che meno si discosta dall’originale, conservando nelle poche ma decisive azioni tutta la drammaticità di Lady Macbeth.
Rari ma significativi gli inserti propri del regista: l’iniziale coro da tragedia classica per premettere che il trionfo del male è sempre vano, i presagi di morte che accompagnano la profezia di gloria e, omaggio dovuto, una citazione dalla scena clou del “Riccardo III”; la morte di Washizu invece, eccessivamente teatrale, non è che la chiusura del cerchio.
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