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Barry Levinson - Spunti & Compromessi

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a cura di Giordano Rampazzi
Nel 1988 Barry Levinson dirige “Rain man – L’uomo della pioggia”, film che doveva dirigere Steven Spielberg, impegnato tuttavia con il progetto di “Indiana Jones e l’ultima crociata”. Dustin Hoffman doveva interpretare l'arrogante Charlie Babbit, ma si ritrova a vestire i panni dell’autistico Raymond, indovinando una delle sue migliori interpretazioni. Le due casualità fanno la fortuna del regista del Maryland, tanto che l’anno successivo si ritrova alla notte degli Oscar a ritirare la statuetta per la miglior regia.
L’evento costituisce uno spartiacque nella filmografia di Barry Levinson, che da lì in avanti è etichettato come cineasta intellettuale e perspicace. A lui, probabilmente, la definizione sta stretta e si lancia in progetti in cui poter dar sfogo ai liberi impulsi di chi del Cinema ha un’idea fondamentalmente ludica e stravagante.
La sue capacità e facilità di scrittura, d’altra parte, non sono in discussione. Levinson, che è anche sceneggiatore e produttore, comincia la sua carriera recitando, scrivendo testi per show televisivi e rappresentando commedie sulla vita di tutti i giorni. Un incontro con Mel Brooks lo porta a una collaborazione dalla quale nascono due classici come “L’ultima follia di Mel Brooks” e “Alta tensione”.
Di lì in avanti il nome di Barry Levinson comincia a circolare a Hollywood. La carriera del regista statunitense passa attraverso film per alcuni riusciti, per altri discutibili, ma certamente conosciuti e visti: “Piramide di paura”, “Good morning, Vietnam”, “Rain man”, “Toys”, “Sleepers”, “Sfera” o “Sesso & Potere” sono film che appartengono al background non solo dei cinefili. Tutti, più o meno, ricordano i volti dei grandi attori che li hanno interpretati o perlomeno le immagini delle locandine.
Relegare questi film al recinto del Cinema popolare è però sbagliato. Quello di Barry Levinson è un Cinema che ammicca, che osserva e fotografa la realtà con eleganza ma anche con pudore e frammentazione. Il regista ragiona spesso ad alta voce, ma non perde di vista il suo primario obiettivo: il pubblico. E’ infatti il pubblico che assiste in sala ed è dunque necessario giocare col quotidiano delle persone e con quello che la gente conosce. Levinson è anche malinconico, ma cerca di esaltare il sapore agrodolce del cibo che prepara. Vuole che le sue produzioni vengano consumate e assimilate in modo intenso ma anche circoscritto, senza inutili dispersioni. Levinson è anche uno studioso attivo dell’immagine sociale, di quegli scatti che immortalano le nostre vite ma che parallelamente le fossilizzano, rinchiudendoci in un recinto fatto di banalità e poca curiosità.
Nel Cinema, come nella vita, esiste la qualità, l’inconsistenza, ma fortunatamente anche una buona via di mezzo, spesso riservata ai fondamentali(ssimi) prodotti-medi. Il regista di Baltimora, in questo senso, è un grande amante del compromesso e dell’appetitosa e pepata commedia all’americana. Certo, ci si potrebbe chiedere se in quest’ambito si può essere maestri. Levinson, strizzandoci l’occhio, direbbe che in fondo non è una domanda così importante, ma saprebbe in cuor suo di conoscere perfettamente la risposta.
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