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Paul Haggis - Una bandiera è un punto di vista

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a cura di Glauco Almonte
Ha una foglia d’acero sul petto Paul Haggis, ma quando la bandiera a stelle e strisce sventola al contrario, non per errore ma per scelta, si capisce quanto il regista, sceneggiatore e produttore canadese riesca a sentirsi profondamente americano, una profondità tale da non farlo vergognare nella sua richiesta d’aiuto a nome della nazione più potente al mondo.
Nella valle di Elah” è la sua seconda regia, ma dopo un esordio del livello di “Crash” lo si attendeva al varco con forte curiosità: Haggis stupisce, affrontando il suo nuovo film in una maniera che non ha nulla a che vedere con il precedente. Il montaggio è lineare e la storia si evolve secondo una struttura classica; dove “Crash” ingarbugliava, aumentando la carne al fuoco, “Nella valle di Elah” semplifica, tirando fuori soltanto gli elementi necessari allo sviluppo di quello che, riduttivamente, potrebbe esser considerato un semplice giallo. Dove “Crash” intavolava nuovi paralleli per far giungere allo spettatore un significato universale, “Nella valle di Elah” percorre un solo binario, facendo man mano sempre più luce attorno, fino a portare allo scoperto qualcosa di preciso, non una percezione ma una realtà.
Cercava una storia, Haggis, dopo le fatiche di “Crash”. Ma non una storia qualunque. Per uno che non aveva mai fatto il regista, ma lo sceneggiatore, ci vuole un motivo per tenersi una storia invece di affidarla alle mani più esperte di qualcun altro: con questo film Haggis si carica sulle spalle il peso di un Paese che “ha il potere forse da troppo tempo” e ha perso il contatto con la realtà, la capacità di capire i propri bisogni. Ne esce fuori un S.O.S., una richiesta di salvezza per una collettività, prima ancora che per gli individui che la formano, che non si riconosce più nei modelli che era solita applicare. Chi è Davide, chi è Golia? Aiutateci. Aiutateci a capire perché non siamo l’uno, perché ci sembra di essere l’altro. Aiutateci ad uscire dalla valle di Elah consci del nostro ruolo, con la certezza di essere mossi o dalla ragione o dal torto, ma da uno solo dei due.
I titoli di coda portano un ringraziamento a Clint Eastwood: che coppia, il ‘conservatore illuminato’ e lo sceneggiatore che a Roma, di fronte alla stampa, dà dei fascisti agli attuali ‘leader neocon’. “Clint è la ragione per cui ho fatto questo film”, o meglio grazie a lui ha potuto fare questo film: non nasconde Haggis il debito nei confronti dell’amico che “ha fatto le telefonate giuste” per aiutarlo. Una collaborazione, più che un favore, che dura da qualche anno: i due si sono incontrati cinque anni fa e il frutto di questo incontro è l’applauso dell’Academy per i quattro premi Oscar a “Million Dollar Baby”. Un Eastwood sorprendente, per l’etichetta che gli si era cucita addosso; una coppia, viene adesso più facile credere, capace di mettere da parte le diverse visioni del mondo e lavorare, spesso benissimo. Dopo la parentesi mucciniana (si tratta di “The Last Kiss”, remake de “L’ultimo bacio” – Muccino non c’entra, ma l’aggettivo ‘mucciniano’ è perfetto per caratterizzare quest’esperienza) Haggis torna a scrivere per Eastwood, per una ‘dilogia’ di grande impatto: è la bandiera a stelle e strisce che sventola, ancora diritta, nella doppia visione della battaglia di Iwo Jima. Senza disgiungerli, “Flags of our Fathers” e “Lettere da Iwo Jima” (per il quale Haggis è accreditato come soggettista, non come sceneggiatore) rappresentano un fatto, un’interpretazione mediatica che genera una falsa coscienza collettiva, un’opinione pubblica manipolata, quindi i retroscena, né più né meno di “Nella valle di Elah”.
Ormai è chiaro, Paul Haggis non è il regista sprovveduto che bussa alla porta delle majors: in ogni film porta sé stesso, con coerenza ma soprattutto con bravura. La nuova sfida è con l’agente segreto più famoso nella storia del cinema: un soggetto più grande di lui, indubbiamente, ma la sfida è stata lanciata. In “Casino Royale” pecca di inesperienza, ma ha coraggio nel parlare di politica – americana – e non abbandonare il film alla sola azione, comunque la componente dominante. Nemmeno il secondo round tra James Bond e Paul Haggis brilla per originalità, tanto che dopo “Quantum of Solace” non tornerà ad occuparsi della spia al servizio di Sua Maestà per il terzo e ultimo film della trilogia. Dopo due anni di scarsa produttività per lo sciopero degli sceneggiatori al quale ha aderito, Haggis sente che il sistema hollywoodiano gli sta stretto: si separa dalla moglie (la prima a leggere e a criticare le sue sceneggiature), fonda una sua casa di produzione (seguendo le orme di tanti costretti a diventare indipendenti) e affronta la sua nuova storia – “The Next Three Days”, la cui scrittura gli richiede più di un anno – utilizzando un genere (il thriller) che sembrerebbe vivere solo grazie alle major. Haggis in realtà altro non fa che porre al suo protagonista, quindi allo spettatore, le domande che la vita gli presenta: che cosa sei disposto a fare per la persona che ami? Sei disposto a perdere tutto pur di inseguire quello in cui credi? E a mettere in dubbio le tue certezze, chiedendoti cosa sia giusto e non cosa tu preferisca? Russell Crowe diventa così un alter-ego più alto e muscoloso del regista-scrittore, che insegue la donna che gli è stata portata via mettendo in gioco tutto quanto, anche la possibilità di perderla. Haggis si dimostra ancora una volta acerbo nel tenere sotto controllo le ferree dinamiche del thriller, genere vuoto per eccellenza e proprio per questo pieno di regole da rispettare: fa un passo indietro sul piano della scrittura, rinunciando a sorprendere lo spettatore e, nonostante le smentite ufficiali, offrendo al pubblico il miele del lieto fine. Resta però una dimostrazione di tecnica sopraffina, un ottimo controllo degli attori e dei mezzi tecnici a disposizione: sembra essere passato dall'altra parte della barricata, da scrittore è diventato finalmente regista, e come regista è responsabile di tutto il prodotto, dall'aspetto finanziario a quello artistico. Cercava la libertà dal sistema hollywoodiano, si è ritrovato incatenato alle logiche produttivo-creative dell'one-man americano. La cercava rischiando di perderla: anche la libertà è solo un punto di vista.
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