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Tim Burton - Ora io faccio quello che per gli altri è solo un sogno

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a cura di Glauco Almonte
Il mondo dove tutti vorremmo essere, in un momento o nell’altro, è il mondo che Tim Burton racconta. Tante variazioni sul tema comune dell’evasione dal quotidiano, del tuffo in una realtà tinta di fiabesco, di fantastico, di irrazionale.
Con la magia del cinema nasce anche il disfunctional kid: nasce nei panni di un bambino di sette anni col gusto dell’horror e il sogno di diventare come Vincent Price; è l’infanzia di Tim, è anche la sua ‘infanzia cinematografica’, soggetto di “Vincent”, terzo cortometraggio (d’animazione) realizzato dal regista allora ventiquattrenne. Sei minuti di evasione nel ricordo del primo sogno mai fatto: sei minuti in bianco e nero (narrati dallo stesso Vincent Price) che daranno la chiave ti tutto il cinema burtoniano.
Bambino o adulto, ‘difunzionale’ rimane: le difficoltà iniziali (“alla Disney ho imparato che sono un terribile animatore”) non lo abbattono, ma gli insegnano un metodo e, soprattutto, fortificano un’idea. Un’idea che caratterizza in pieno tutti gli anni ’80, e va anche oltre: il disfunctional kid per eccellenza è “Edward mani di forbice”, che “ogni volta che deve abbracciare, ferisce qualcuno”. La metafora è immediata, il film è leggero con sprazzi di intensa poesia, e segue di appena un anno il suo “Batman” cupo, dark, incentrato su un eroe che è prima di tutto una persona che soffre.
Non è il mondo che conosciamo, ma ormai siamo abituati a questi personaggi straordinari esageratamente umani, attorniati da persone normali che di umanità sembrano difettare. Non è un caso che il primo cortometraggio non d’animazione sia “Frankenweenie”, parodia dell’horror del ’31 di James Whale. I primi due lungometraggi sono “Pee-wee’s Big Adventure” (un’avventura su e giù per l’America in cerca di una bicicletta) e “Beetlejuice – Spiritello porcello” (i fantasmi dei coniugi Maitland si ribellano contro i nuovi abitanti della loro casa): ormai gli ingranaggi si sono mossi, e nessuno fermerà più Tim.
Da Gotham City spicca il volo verso il successo definitivo, e fonda la “Tim Burton Production”: è sotto le insegne della neonata casa di produzione che scrittura Johnny Depp per il suo primo film da protagonista. Il passaggio di consegne non poteva essere più riuscito: Tim trova finalmente in Johhny se stesso, è Johnny a dare vita, non solo sullo schermo, al “disfunctional kid”, legandosi a questa idea anche al di là della collaborazione con il regista californiano. Depp è Edward (lo è molte volte, ricorrendo questo nome fino al recente “Sweeney Todd”), qualche anno dopo è “Ed Wood”, il peggior regista della storia del cinema, poi è un investigatore dai metodi non ortodossi che, siamo ad inizio ‘800, entra in contatto con un terribile cavaliere senza testa ne “Il mistero di Sleepy Hollow”. E’ Willy Wonka ne “La fabbrica di cioccolato” – nel quale però il kid è Freddy Highmore – ed è il diabolico barbiere di Fleet Street in “Sweeney Todd”, e ancora è il Cappellaio Matto in “Alice in Wonderland”, altro film in cui il personaggio-archetipo non è lui ma chi gli sta vicino, Alice, disfunctional per antonomasia da 150 anni: nel frattempo ha avuto modo di splendere di luce propria, da bibliofilo per Roman Polanski a zingaro in “Chocolat”, da Jack lo Squartatore a Capitan Jack Sparrow, fino a perdersi tra la prima e la seconda stella a destra, cercando di portare quattro bambini sperduti fino all’Isola che non c’è (“Neverland”).
Torniamo a Tim, il bambino originale: “Batman – il ritorno” è un’occasione commerciale, preludio a “The Nightmare Before Christmas”, il suo primo lungometraggio animato, anche se la regia è affidata a Henry Selick. Ma la paternità non è dubbia, lo stile è lo stesso del primissimo “Vincent” e il soggetto risale a una poesia dello stesso Burton scritta – e disegnata – all’epoca della Disney. Dodici anni dopo ritornerà ancora alla stop motion con “La sposa cadavere”, del quale finalmente sarà anche regista.
Gli anni ’90 sono incredibilmente fertili, senza mai abbandonare il genere ‘fantastico’, con un crescendo di ironia: ad “Ed Wood” fa seguito “Mars Attacks!”, irriverente parodia dovuta alla difficoltà di “capire il paese, la confusa situazione politica americana”. Chiude il decennio in già citato “Il mistero di Sleepy Hollow”.
Prima dei film tecnicamente più complessi, “Sweeney Todd” costruito a colpi di musica e computer ed “Alice in Wonderland” in cui si cimenta – più per esperimento che per reale bisogno, visto il risultato non entusiasmante – con il 3-D, tra il deludente “Il pianeta delle scimmie” e il fortunato “La fabbrica di cioccolato”, si colloca il film chiave di questa fase della carriera di Tim Burton, “Big Fish – Le storie di una vita incredibile”. Edward (poteva chiamarsi diversamente?) è il protagonista di un viaggio attraverso una vita intera, in bilico tra il timore e il desiderio della solitudine: è un mondo fantastico che fa il verso ai vecchi horror nei quali il mostro è semplicemente il personaggio più sensibile, quello con più emozioni, l’incompreso che viene trattato da ‘cattivo’.
I vecchi horror come le ancor più vecchie favole, uno strumento inusuale per l’esplorazione dei sentimenti umani.
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Il mistero di Sleepy Hollow | Tim Burton
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