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Recensione: Monica e il desiderio

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Monica e il desiderio
titolo originale Sommaren Med Monika
nazione Svezia
anno 1952
regia Ingmar Bergman
genere Drammatico
durata 95 min.
cast H. Andersson (Monica) • L. Ekborg (Harry) • D. Ebbesen (Zio di Harry) • J. Harryson (Lelle)
sceneggiatura I. BergmanA. Fogelstrom
musiche E. NordgrenW. SoderlundE. Eckert-Lundin
fotografia G. Fischer
montaggio G. LewinT. Holmberg
media voti redazione
Monica e il desiderio Trama del film
Monica e Harry sono due commessi, entrambi insoddisfatti di un’esistenza modesta e ordinaria. Quando i due si conoscono, ciò che li unisce da subito è il sogno di evasione dalla famiglia, di fuga da una realtà apparentemente difficile e noiosa per due ragazzi poco più che diciottenni. Trascinati dal rifugio di un sogno, i due giovani decidono di licenziarsi dai rispettivi incarichi e andare a vivere la loro storia d’amore in un’ isola vicino Stoccolma. Ma dopo un primo periodo di eccitazione e d’ingannevole libertà, giunge, inatteso, un senso di inquietudine e insofferenza, che si insinua nel loro reticolo di compiacente spensieratezza e felicità.
Monica rimane incinta e il denaro scarseggia, eppure la donna non riesce subito a convincersi di dover tornare sui propri passi, facendo ritorno a casa, poiché spera di poter almeno far coincidere la fine del proprio sogno con la conclusione dell’ estate. Fatto ritorno a Stoccolma, i due si sposano e iniziano una vita che però sembra non convincere Monica. La delusione per la nuova condizione di vita, la spinge al riavvicinamento a una vecchia relazione, che porta, inevitabilmente, a una rottura del rapporto con Harry.

Recensione “Monica e il desiderio”

a cura di Giordano Rampazzi  (voto: 7)
Tra le produzioni Bergmaniane, “Monica e il desiderio” è classificabile come minore. Eppure contiene, all’ interno delle sue chiare discontinuità, dei valori espressivi e fotografici non comuni.
La traduzione italiana del titolo originale si sofferma sapientemente sul concetto del desiderio. Perché non è il semplice desiderio di un individuo, ma rappresenta in realtà le fantasie della donna e il rapporto che il sesso femminile ha con i sogni. Un analisi che riesce soprattutto grazie alla intelligente gestione delle immagini e delle inquadrature mai inopportune.
L’emblema di “Monica e il desiderio” è sicuramente il minuto di primo piano sul volto di Monica, nella parte conclusiva del film. Una sintesi compiuta e assoluta della tristezza della protagonista femminile, quando prende coscienza del dissolversi della propria illusione. E incredibilmente meditati sono anche gli intermezzi, che spezzano scene dove i protagonisti sono gli uomini, per dare spazio a un uso funzionale e riflessivo della natura. Onde, paesaggi, nubi e riflessi sembrano interpretare e integrare l’animo dei personaggi in quell’istante, quasi a voler condensare e fissare in un’ istantanea tutto quello che è appena stato raccontato sotto forma di scena. E allo stesso modo la pellicola sembra scivolare via attraverso numerosi giochi di luce, controluce o sovraimpressioni, così che il melodramma possa esprimersi in modo più diretto e figurativo.
L’ansia, l’alienazione dalla realtà e la crisi d’identità di due ragazzi, non può che trovare sfogo nella fuga su un’isola, metafora di evasione, ma allo stesso tempo di restrizione e isolamento. Perché tutto ciò che avviene sul piano dell’immaginazione si scontra fatalmente con la severità della concretezza. Perché chi è determinato nel ribellarsi a ciò che opprime l’uomo, si nutre di fantasia e speranza, ma non può permettersi un distacco da tutto quello che è tangibile ed effettivo. Ingenuità e abbandono ai sensi, segnano inevitabilmente l’esistenza della donna, immersa in un’illusione romanzesca che le si ritorcerà contro con una violenza etica che, sofferente, subisce.
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