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Recensione: Il rito (1969)

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Il rito
titolo originale Riten
nazione Svezia
anno 1969
regia Ingmar Bergman
genere Drammatico
durata 72 min.
distribuzione Eurocopfilms
cast G. Björnstrand (Hans Winkelmann) • I. Thulin (Thea Winkelmann) • I. Bergman (Sacerdote)
sceneggiatura I. Bergman
fotografia S. Nykvist
montaggio S. Lundgren-Kanalv
media voti redazione
Il rito Trama del film
Tre attori ricchi e famosi, Thea, Sebastian e Hans, legati fra loro anche da un tormentato triangolo amoroso sono convocati da un giudice che indaga sulla presunta oscenità del loro spettacolo. Il magistrato li sottopone a minuziosi interrogatori, cercando di fiaccare la loro baldanza. In fondo, però, egli invidia la loro libertà interiore, anche se prova l'irresistibile desiderio di abbassarli al suo livello di mediocrità.

Recensione “Il rito”

a cura di Andrea Peresano  (voto: 7,5)
Una compagnia di attori d’avanguardia composta da tre elementi viene denunciata e condannata a pagare una multa per la presunta oscenità del loro spettacolo. Il caso è trattato da un giudice che vuole chiarire la vicenda in ogni sua possibile sfaccettatura e sottopone i tre ad una serie di ossessivi ed estenuanti interrogatori e confronti che culminano con la richiesta di mettere in scena lo spettacolo incriminato nel suo ufficio.
La linearità della vicenda è messa da Bergman sotto una lente d’ingrandimento per analizzarla causando però così un duplice effetto: da un lato una frammentazione della storia in vari punti focalizzati; dall’altro, quasi effetto collaterale, una deformazione a tratti grottesca di situazioni e comportamenti.
La lente inizialmente impugnata dal giudice rappresenta anche l’indagine, l’investigazione del potere costituito su coloro che hanno infranto la legge, una legge etica, ma anche umana. È loro colpa l’essersi spinti oltre tutti i limiti e aver presentato la loro esagerazione ai comuni esseri umani, inconsapevoli nella loro mediocrità e al sicuro dietro le loro fragili credenze come lo stesso giudice che, ansioso e insicuro, crolla e cade sfinito nelle più basse pulsioni.
Paura di capire? Paura delle verità che l’arte ci mostra e spesso ci terrorizzano?
Arte e morale comune sono sviscerate da Bergman attraverso l’ambiguo triangolo formato dallo stanco capo carismatico Hans Winkelmann, figura paterna per l’instabile moglie Thea, donna fra due uomini, e Sebastian, violento e impulsivo artista maledetto.
Lo spettacolo finale sarà una rielaborazione delle antiche celebrazioni dionisiache, rituali pagani progenitori del teatro, la prima forma d’arte amata dal poliedrico regista.
Da sottolineare poi l’apparizione dello stesso come prete nella breve sequenza della confessione-non confessione del giudice.
Il film è suddiviso in scene che si susseguono come atti teatrali e la maggior parte delle sequenze sono piani frontali dei protagonisti, ribadendo il carattere di interrogatorio-confessione dell’opera o di spettacolo a cui noi assistiamo, con i personaggi sempre faccia a noi, rinchiusi fra quattro, o meglio tre, mura.
Evocativo, simbolista, forse in certi punti contorto e introspettivo, Bergman cerca di fissare in quest’opera i confini fra realtà e finzione scenica, ritrovando gli opposti più vicini di ciò che crediamo, nella mente umana dove arte, oscenità e religione arrivano a convivere.
Interessante pensare che questo film fu inizialmente realizzato per la TV svedese.
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