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David Fincher - La curiosità non è un peccato

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a cura di Glauco Almonte
Considerato ormai un ottimo regista “da blocbuster”, David Fincher sceglie un soggetto vincente, ma non così facile da raccontare: Facebook è il fenomeno popolare degli ultimi anni, ma raccontare la nascita di un social network non è di per sé così interessante. Il regista di Denver sposta dunque l'attenzione su gli aspetti sociali che travolgono le persone comuni e soprattutto Mark Zuckerberg, il più giovane milionario del mondo. “The social network” è quindi prima di tutto una storia, una scusa per parlare di popolarità e competizione, dell'onestà intellettuale e non, della moderna inadeguatezza di molte persone a relazionarsi con altri in modo umano e disinteressato, della direzione in cui la civiltà occidentale sta andando.
Dopo la visione del film ci si chiede quanto ancora il fenomeno Facebook condizionerà le nostre vite e se verrà rimpiazzato da qualcosa di ancora più potente e viscerale. Quello che è certo è che Fincher ha diretto un film tecnicamente pulito nel quale ogni elemento si incastra ingegnosamente con gli altri, avvalendosi di una sceneggiatura brillante e soprattutto del Social Network più famoso (pericoloso) e utilizzato del mondo.
Con il film precedente, invece, il regista di “Seven” aveva toccato quota sette. Ma forse lui vorrebbe contare anche un documentario girato a poco più di vent’anni, perché con “Il curioso caso di Benjamin Button” sembra abbandonare ciò che lo ha contraddistinto nella sua prima parte di carriera tanto sul piano dei contenuti quanto su quello tecnico. Il regista incalzante aveva già ceduto il passo con la sua pausa di quasi cinque anni, interrotta nel 2006 dal lento e monocorde “Zodiac”; eppure era ancora riconoscibile per la rappresentazione di un mondo difficilmente intelligibile, per l’assenza di una morale dominante e per la negazione del rapporto di causa-effetto. “Zodiac” è una versione scialba dei due film tratti dall’opera di Thomas Harris, “Manhunter – Frammenti di un omicidio” e il suo remake “Red Dragon”; il ritmo è accettabile per i primi minuti, in attesa che il film entri nel vivo: dopo due ore e mezza, i titoli di coda mettono la parola fine alla speranza che questo cambio di ritmo possa avvenire… E’ un peccato perché Fincher aveva dimostrato in passato di avere il pieno controllo dei meccanismi narrativi, ed il materiale umano era di buon livello: tanto Mark Ruffalo quanto Jake Gyllenhaal forniscono forse la loro miglior interpretazione, ed anche Robert Downey jr. si esprime su ottimi standard. Conscio forse di aver compiuto un passo indietro, nonostante la buona accoglienza del pubblico al Festival di Cannes, ma anche deciso a non farne ulteriori per recuperare uno stile che evidentemente aveva deciso di accantonare, David Fincher cambia completamente registro.
Dopo aver raccontato per quasi 15 anni di un America angosciosa, di un’umanità piena di buona volontà ma priva di speranza, Fincher racconta una favola. Sì, una favola. Un viaggio nella vita quotidiana della seconda parte del ventesimo secolo compiuto da un uomo straordinario, raccontato per di più in un diario letto da una persona esterna alla storia. Viene da pensare che Fincher possa aver pensato di aver scontato i suoi peccati e che abbia voluto concedersi un momento di tranquillità…
Per questo passaggio alla seconda parte della sua carriera (ha da poco superato i 45 anni) si aggrappa al passato, chiamando a sé un attore che ama quanto lo ama il pubblico, e che solo la critica insiste a prenderlo con le molle, Brad Pitt. Se “Intervista col vampiro” lo ha lanciato come icona sexy, il quasi contemporaneo “Seven” (o “Se7en”, come si trova spesso scritto) ne ha sancito le doti drammatiche; con “Il curioso caso di Benjamin Button” Pitt fa una sorta di esame di laurea, avendo tra le mani un’occasione che pochi attori hanno, e una sola volta in tutta la carriera: un personaggio che cambia per tutto il film. All’involuzione fisica (Benjamin nasce vecchio e muore giovane), alla quale Pitt si adatta decisamente bene, non corrisponde una particolare evoluzione psicologica, in virtù di un carattere prettamente contemplativo. Ma quel che colpisce è la completa rinuncia agli ideali che il pubblico credeva, fino a poco tempo fa, di poter attribuire a David Fincher: l’atmosfera dell’opera non fa mai entrare in campo quella società mostrata sempre con crudezza quasi nichilistica; anche nei momenti tristi, e ce ne sono, non scompare mai quell’ottimismo di fondo, quella traccia costante che fa fare allo spettatore lunghi ma salutari sospiri.
Che cosa sia “Benjamin Button” è facile a dirsi, basta vederlo; ma la questione è cosa sia nella carriera di David Fincher. Come detto sopra, sembrerebbe un nuovo inizio, o comunque il primo vero cambiamento. L’idea negativa è che possa essere un incidente, qualcosa per cui Fincher si è prestato senza riuscire a dire la sua più di tanto: un semplice uomo dietro la macchina da presa, insomma, alle prese con una storia altrui (come sempre) nella quale non ha voce in capitolo. L’indizio è la presenza di uno sceneggiatore di spicco quale Eric Roth, già autore del non molto diverso “Forrest Gump”: quale sia la risposta lo dirà soltanto “Heavy Metal”, annunciato per l’anno prossimo. Intanto si gode la sua prima nomination all’Academy come miglior regista (e non solo, da miglior film in giù sono 13 nomination in totale, anche se le statuette sono solo 3: scenografia, trucco ed effetti speciali); la nuova sfida, tra ritrovare se stesso o continuare su questo nuovo sentiero, pieno di sorprese, contrario al suo vecchio pessimismo, si compie con “The Social Network”: la strada intrepresa è quella che gli permette di fare ciò per cui il cinema è maggiormente portato, raccontare storie. Curiose.
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