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Woody Allen - In attesa di Parigi, di nuovo New York

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a cura di Vaniel Maestosi
Basta che funzioni” è spesso il principio di ogni film di Woody Allen. Così dopo tanta Europa, in attesa di tornare a Parigi, ecco Woody rientrare a New York per riprendere ogni discorso lasciato, tornando a frizzare tra una tirata anti-USA e un commosso ammiccamento a quelle strade che lo hanno allevato, sedotto e che hanno ancora impresse sui muri tutte le sue indimenticabili frasi; il suo cinema fatto di sceneggiatura, più testo che immagine o meglio un'immagine al servizio del testo, del qualcosa da dire che trasforma la vita e anche se non la illumina o appaga, perlomeno le concede l'illusione dello stupore.
Così è il Boris di "Basta che funzioni"un Woody senza Allen che anche stavolta si limita a recitare e incarnare solo dietro la macchina da presa per consegnare al suo personaggio nessuna specifica originalità fisica; ma una miriade di spunti narrativi, infarciti di tutte quelle sue ormai immancabili confessioni, tutti quegli sfoghi mentali e psichici che rendono inconfondibile categoria ogni suo film.
Il penultimo film di Woody Allen, "Vicky Cristina Barcelona" è un nuovo viaggio verso altro, sempre in Europa, dopo Londra stavolta Barcellona e un cast decisamente stellare (Scarlett Johansson, Javier Bardem, Penelope Cruz). Woody sembra aver sentito l'esigenza di esprimere liberamente il pensiero sessuale, l'intrigo, il desiderio che anche se represso dentro ognuno di noi, riesce a sfuggire continuamente, sconvolgendo l'esistenza o perlomeno i nostri pensieri.
Meglio vivere una vita di rimpianti, sembra chiedersi-ci Woody, o avere il rimorso di aver fatto una scelta sbagliata? La risposta è che l'unico nostro parametro dovrebbe essere quello di sapere quello che non vogliamo fare e non privarci di quello che vorremmo fare ma non conosciamo. L'eros e la vita sono fuggenti, brevi, talmenti eleganti e lievi da durare l'attimo solo in cui vengono vissuti; e se l'amore è il più agguerrito sostenitore del “carpe diem”, allora meglio cogliere la mela prima ancora che inizi a maturare, in pieno stile Allen.
Negli ultimi quattro film, il regista americano recita solo in ”Scoop”, lascia la scena per riprenderla esternamente e assaporarla, si diverte a scrivere e muovere i fili, sembra quasi abbia una nuova ispirazione-aspirazione che lo vede attento ai particolari, alle sfumature, al racconto e all'immagine più che all'interpretazione. Diventa umano svelatore di passioni e situazioni, non analizza freddamente ma lascia che i suoi protagonisti scorrano e diventino analisti di se stessi, in grado da soli di scegliere il proprio destino, vivendo il naturale percorso del libero arbitrio e della diversità.
Ogni personaggio di “Vicky Cristina Barcelona”, a cominciare dalle due protagoniste citate nel titolo, ha un suo pensiero che inevitabilmente compie delle parabole, assume quella pluralità di idee e contenuti che ci porta nel puro emisfero dell'osservazione, attratti dalla totale libertà in cui si muove ogni sequenza.
Prima della passione, dicevamo il delitto. Nel precedente “Sogni e Delitti”, epilogo della trilogia londinese, Woody, come suggerisce il più nobile titolo originale “Sogno di Cassandra”, profetizza la storia dei protagonisti ma contemporaneamente li lascia sempre liberi al loro destino. La trama vede Terry e Ian, due fratelli londinesi, stavolta umili, che sbarcano a malapena il lunario nonostante i loro sogni siano appunto piuttosto ambiziosi. Ma se per realizzare i propri sogni bisogna solo essere pronti a tutto, allora neanche l’omicidio fa più paura e la legge è solo un fatto di coscienza e fortuna, come quel nastro di “Match Point” da dove nacque tutto…
Impossibile tracciare in un semplice articolo l’incredibile filmografia di Allen e la sua continua diversità. Possibile è invece osservare quante qualità e complessità ogni volta emergono dalle sue regie sempre cangianti. La sua straordinaria personalità lo rende più interessante di qualsiasi giudizio; lui è il cinema che mette in atto e nulla meglio dei suoi stessi film svela così intimamente il percorso umano e artistico.
Interessante, invece, è osservare come dagli anni duemila, precisamente da “La maledizione dello scorpione di Giada” del 2001, il Cinema di Woody abbia attraversato innumerevoli generi, sempre personalmente rivisitati e raffinati, per poi però arrivare, negli ultimissimi film, al vero e puro racconto giallo, a volte thriller ma certamente genere proprio, ennesimo e vincente in pieno stile Allen.
Un genere continuamente proteso al sospetto, al caso che alimenta l’interesse. Woody si diverte, al tempo stesso gioca ma soffre anche e partecipa. Sostituisce la cinica analisi con l’ascolto, diventa macchia da ruolo e soprattutto passa dal giudizio severo alla espiazione della colpa, al giustificato e giustificabile comportamento che ognuno, se sente di sostenere, ha il diritto di avere. Il protagonista (Chris) di “Match Point” ma in fondo tutto il film stesso, è in mano solo al caso, a un nastro che decide chi vince o chi perde, ad un destino che non giudica ma si limita ad offrire possibilità e soluzioni.
Questo atteggiamento non manca, seppur completamente in altra forma, neanche in “Scoop”, ma è vero che qualcosa, forse lo stesso Allen qui presente e tenerissimo, protegge e avvolge Sondra (Scarlett) trascinandola verso un lieto fine agrodolce che però esclude Woody, deus ex machina defilato, poco prima schiantatosi alla guida della sua londinese Smart, in una delle scene non viste più divertenti di tutto il suo repertorio.
Sembra quasi che la curiosità di Allen regista non si faccia mai senile, è capace continuamente di creare storie, senza mai tornare indietro nel tempo, diventa sempre altro, muta continuamente il punto di vista e la narrazione, sembra quasi voglia contemporaneamente illuminarci sulla misteriosità e sulla fragilità della vita e insegnarci che “Zelig” il trasformista non ha tentato di alterare i codici biologici ma li ha solo aggirati, rendendo il tutto infinitamente più interessante…
E così compie il suo viaggio approfondendo l’essenza stessa del sapere e allargando ulteriormente il suo già immenso panorama cerebrale. Dagli Usa all’Europa, da quella sua malinconica New York, piena di domande e incomprensioni, all’elegante Londra, ricca e terribilmente borghese da cascarci dentro, da essere attraente e magnetica, fino alla sinuosa Barcellona dove l'estate sembra non finire mai.
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